I vecchi? Sono sempre più giovani ma occhio a non approfittarne

di Ludovico Fraia

Già a 45 anni alcune funzioni cominciano a essere meno efficaci ma niente paura: l’importante è esserne consapevoli

A cinquant’anni siamo ancora lontani dalla “vera” mezza età. E allora, quando si diventa vecchi? In realtà nessuno, per fortuna, lo sa. Certo la nostra burocrazia attuale non avrebbe mai affidato nel 1571 il comando di una flotta, quella potente di Venezia, durante la battaglia di Lepanto (che cambiò la storia del mondo), al settantacinquenne Sebastiano Venier che uccise personalmente numerosi turchi a colpi di balestra – facendosela però caricare da un assistente perché non aveva la forza di farlo – e in pantofole, perché per i calli gli stivali gli provocavano fin troppo dolore. E Venier fu decisivo per la vittoria. Oggi Venier sarebbe stato mandato in pensione prima che potesse fare la cosa più importante della sua vita.

50 anni, c’era una volta la mezza età

Non solo: un recentissimo studio inglese, pubblicato all’inizio dell’anno, ha decretato che tutti noi (e quindi anche Venier) cominciamo a invecchiare a 45 anni.

Destrezza e velocità. Infatti uno studio dell’University College di Londra ha stabilito che la soglia dell’invecchiamento del cervello umano non è 60 anni ma addirittura 45. La ricerca è stata seguita su settemila dipendenti pubblici inglesi dai gradi inferiori ai più alti di tutta l’amministrazione. Ebbene: gli uomini e le donne tra i 45 e i 49 anni hanno fatto registrare un calo delle funzioni cognitive del 3,6 per cento. Ad accusare i colpi dell’invecchiamento sarebbero – secondo lo studio – «le capacità esecutive che implicano destrezza e velocità nel prendere decisioni e la memoria a brevissimo termine».

Il neuroscienziato Vincenzo Gallese, dell’università di Parma, ha commentato che anche quanto al deficit cognitivo individuato dagli inglesi molto dipende dai parametri usati per l’indagine: «È chiaro che se il riferimento fossero i riflessi davanti a un videogioco io non potrei competere con i miei figli. Ciò non significa che io abbia un deficit cognitivo».

Aumenta l’esperienza. Va fatta un’osservazione decisiva: perché il calo di queste capacità è compensato dalla prudenza dovuta all’esperienza (riducendo la possibilità di grossolani errori di valutazione) e considerate le migliori condizioni di salute si può dire che l’anziano di oggi è un essere umano del tutto nuovo rispetto a quello di vent’anni fa. Un essere umano più forte e stabile: se c’è il leggero calo di certe capacità c’è una “mostruosa” esperienza, accoppiata a condizioni fisiche spesso ottime.

50 anni oggi, il commento. Niente selva oscura nel mezzo del cammin di nostra vita

Che le condizioni degli ultrasessantenni oggi siano migliori di vent’anni non lo dicono solo gli studi. Chi ha più di quarant’anni ricorda suopadre o sua madre a già a cinquanta anni molto più provati nel fisico e soprattutto, molto presto, poco inclini a fare cose nuove, o a fare una passeggiata in montagna, per non parlare di guidare uno scooter per le strade di una città. Del resto, nelle grandi città italiane di oggi si diventa davvero vecchi o vecchie quando si smette di affrontare il traffico alla guida di un’auto o, peggio ancora, di uno scooter o di una moto. Ma a che età? Sempre più tardi. Però i riflessi di un sessantenne non sono quelli di un ventenne. E bisogna tenerne conto nella guida.

Piccoli accorgimenti. Dunque che cosa è cambiato? Robert Gallo, coscopritore del virus dell’Aids, sostiene che «l’uomo è programmato per vivere fino a 180 anni; se non arriva a quest’età le cause vanno ricercate nell’alimentazione non corretta, negli stili di vita e negli ambienti che ne accelerano l’invecchiamento». Se Gallo ha ragione, basta rimuovere – anche in parte – quegli ostacoli per durare di più. E se non si arriva magari a 180, sì almeno a 80, 85 o 90 e più. La ricetta: mangiare bene, non fumare, bere poco e bene, camminare molto o fare ginnastica, lavorare in modo soddisfacente e intelligente, avere rapporti affettivi sereni, non chiudersi in a casa e soprattutto continuare sempre a essere curiosi. E il nostro mondo – ancora – ricco ci permette di centrare molti di questi obiettivi positivi (e anche alcuni negativi).

Certo non si può fare eternamente finta di essere giovani. Non è solo una questione psicologica. Un esempio: come Sebastiano Venier non ce la faceva a caricare la balestra, così un uomo di settant’anni non può (e non deve) correre come un ventenne. Una ragione fisica c’è e si chiama sarcopenia. È il fenomeno per cui le fibre muscolari si riducono, sostituite da grasso o tessuti fibrosi. Più si va avanti più la sarcopenia colpisce e l’unico modo di rallentare questa corsa è muoversi il più possibile. Se i campioni giapponesi di judo si ritirano a cinquant’anni, anche se sono dei campioni, il motivo c’è.

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